La geopolitica a sei zampe e l’idea scaroniana del supertubo

Per aumentare la produzione di idrocarburi, il gruppo energetico italiano renderà operativi 41 nuovi campi in quattro anni. E sulla proposta dell’ad Scaroni, di fondere i gasdotti europei South Stream e Nabucco, i russi sono scettici mentre la Casa Bianca gongola
13 MAR 10
Ultimo aggiornamento: 09:55 | 9 AGO 20
Immagine di La geopolitica a sei zampe e l’idea scaroniana del supertubo
Incremento della produzione di idrocarburi, rafforzamento nel mercato europeo del gas, migliore efficienza nella raffinazione: sono questi i principali obiettivi del vertice dell’Eni da qui fino al 2013, secondo il piano strategico presentato ieri a San Donato Milanese, sede storica del colosso energetico italiano. L’incertezza sulla ripresa dell’economia e la volatilità dei mercati energetici, ha assicurato l’amministratore delegato Paolo Scaroni, non farà deflettere Eni dalle sue “priorità strategiche”: “Una crescita di lungo termine della produzione superiore alla media dei peer” e “il rafforzamento della leadership sul mercato europeo del gas”. Gli scopi sono stati così tradotti in numeri: il Cane a sei zampe conta di aumentare la produzione di idrocarburi, da qui al 2013, a un tasso annuo del 2,5 per cento. Meno rispetto al più 3,5 per cento previsto nelle precedenti linee guida – e tanto è bastato a far cedere il titolo in Borsa dell’1,8 per cento – ma nei prossimi quattro anni Eni comunque renderà operativi 41 nuovi campi, in modo da raggiungere una capacità produttiva di 560 mila barili di petrolio al giorno. La crescita della produzione, spiegano da San Donato Milanese, sarà “focalizzata nelle aree in cui Eni vanta una presenza consolidata, Africa, regione del Caspio e paesi Ocse, e in nuove aree a elevato potenziale tra cui in particolare l’Iraq”. A Baghdad infatti, nell’ottobre 2009, quello italiano è stato uno dei primi grandi gruppi energetici ad aggiudicarsi una licenza per lo sviluppo di risorse in loco, vincendo la gara per il giacimento di petrolio di Zubair, uno dei più grandi del paese, che nell’arco dei prossimi sette anni potrà arrivare a produrre pari a 1,125 milioni di barili al giorno.
Nel settore del gas Eni punta invece a vendere, da qui a tre anni, 118 miliardi di metri cubi. Una cifra che di per sé, per quanto rilevante, potrebbe dire poco ai non addetti ai lavori; eppure tagliare questo traguardo equivale ad assicurarsi una quota di mercato in Europa superiore al 22 per cento. D’altronde quello della differenziazione degli asset di Eni è uno dei punti sui quali Scaroni ha continuato a puntare sin dalla sua nomina come ad nel 2005: “Abbiamo una distintiva e unica gamma di attivi – ha ribadito ieri – e abbiamo quindi perseguito deliberatamente una strategia differente rispetto ai concorrenti. Credevamo allora, come continuiamo a credere oggi, che la nostra presenza nel gas in Europa fosse un fattore di differenziazione strategica”. La polemica, per quanto velata, è con quei “commentatori di mercato che temevano che per avere successo avremmo dovuto emulare alcuni concorrenti più grandi, disinvestendo parti significative del nostro business come Snam Rete Gas e Saipem, costruendo una maggiore capacità di raffinazione e investendo nelle sabbie bituminose canadesi”. I piani alti della società fondata da Enrico Mattei confermano in questo modo la loro sostanziale chiusura di fronte all’ipotesi di scorporare la propria divisione Gas e la controllata Snam, avanzata negli ultimi mesi dal fondo americano Knight Vinke che detiene l’1 per cento del capitale del gruppo.
Nessun conservatorismo preconcetto, assicurano nel quartier generale di Metanopoli. Per quanto riguarda il comparto della raffinazione, per esempio, si lavorerà infatti per incrementarne l’efficienza, mentre nel marketing “Eni punta a consolidare la propria leadership in Italia e la presenza negli altri paesi europei grazie ai programmi di fidelizzazione, all’introduzione del marchio Eni sulla rete e all’ampliamento dell’offerta di prodotti non oil”. Nel complesso si annunciano investimenti per quasi 53 miliardi di euro in quattro anni. Ma nonostante Scaroni abbia sottolineato che “l’Eni non è una di quelle società che si autoliquida per pagare il dividendo, il gruppo si impegna infatti a pagare 1 euro per azione nel 2010.
Il piano strategico dell’Eni dovrà tenere conto anche del risiko energetico globale, compresi gli attriti con alcuni gruppi alleati. “Il conflitto tra Gazprom ed Eni per South Stream si aggrava e diventa pubblico”, titolava ieri il quotidiano economico russo Kommersant, riportando le dichiarazioni di una fonte vicina all’azienda di Mosca. I punti di attrito sarebbero due in particolare. Il primo – nonostante i toni concilianti usati ieri da Scaroni e dal portavoce di Gazprom – è dovuto all’annunciato ingresso della francese Edf nel progetto South Stream, il gasdotto in cui Eni è partner paritario con i russi. Una delle due società dell’attuale joint venture dovrà cedere parte delle proprie azioni, ma secondo le fonti citate da Kommersant (il cui editore, Alisher Usmanov, è Ceo di Gazprom Invest Holding), “la posizione italiana non è costruttiva”. Tradotto: gli italiani non sono disposti a perdere peso nella partnership. Altri osservatori, però, si dicono convinti che “alla fine i russi preferiranno sedere al tavolo delle trattative, se non altro perché la liquidità francese fa comunque gola”.
Non finisce qui. Due giorni fa Scaroni, parlando negli Stati Uniti in occasione di Cera Week, convegno sull’energia che ogni anno richiama a Houston il gotha del settore, ha lanciato l’idea di fondere parte del tracciato di due principali gasdotti europei: South Stream e Nabucco, patrocinato dall’Unione europea nel tentativo di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico. Nelle intenzioni degli ideatori di Nabucco, infatti, gli idrocarburi sarebbero da reperire perlopiù in giacimenti azeri, iracheni e iraniani, etc. Che l’ad dell’Eni strizzi l’occhio a questa realtà non può fare felice Mosca. Significativo il sostegno americano alla proposta di Scaroni: “E’ un’idea interessante che merita discussioni e approfondimenti”, ha detto Richard Morningstar, inviato della Casa Bianca per l’energia.